
¤ Il mestiere dell'inviato speciale ¤
Oltre i confini nazionali, a migliaia di chilometri di distanza dalla madrepatria, centinaia di giornalisti sono tutti i giorni all’opera per raccontare al mondo, ma soprattutto ai propri connazionali, eventi altrimenti scarsamente conoscibili. Alla loro penna e alla loro voce è affidato il compito non solo di divulgare le notizie di guerre, di eventi epocali, di disastri naturali o artificiali, ma anche di documentare realtà e altre umanità.
È un mestiere che comporta indubbiamente dei rischi, ma che pone l’inviato nella situazione privilegiata di poter vivere la Storia in prima persona. Tuttavia, con l’avvento di internet e con la crisi economica crescente, anche la figura del giornalista di frontiera sta subendo dei cambiamenti notevoli. Ne abbiamo parlato con Pietro Veronese, inviato speciale di Repubblica e docente di giornalismo d’inchiesta presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, nonché autore del libro “Africa. Reportages” (Laterza, 1999), un’interessante raccolta di articoli che documenta varie realtà vissute dal giornalista nel continente africano.
Diventare inviato speciale è sempre stato il suo obiettivo fin dagli inizi della sua carriera o è stata una decisione maturata nel tempo?
Non è stata una mia intenzione, così come non lo era diventare giornalista: è stato tutto abbastanza casuale! Però, da quando ho iniziato questo mestiere, mi sono sempre occupato principalmente di notizie internazionali e ho sempre ritenuto che non si può diventare un giornalista compiuto in quell’ambito se non scegliendo di partire come inviato. Quindi ho ritenuto indispensabile riuscire a fare quel tipo di lavoro, almeno per una fase della mia vita professionale: non si può fare il giornalista di esteri se non si conosce un po’ il mondo!
Lei è un esperto delle realtà africane ed è stato in prima linea durante i conflitti della ex-Jugoslavia, del Kosovo, del Medio Oriente: vedere con i propri occhi determinate realtà e poterle raccontare a chi non le vive è sicuramente un privilegio, ma anche un grande rischio. Qual è l’esperienza che ricorda con più piacere e quale quella più brutta della sua carriera di inviato speciale?
C’è un momento del mio lavoro che ricordo come molto bello e molto brutto insieme, ma che non ha a che fare con il rischio: si tratta della liberazione di Nelson Mandela nel 1991. La notizia che Mandela sarebbe stato liberato arrivò con pochissimo preavviso: era un momento in cui il governo sudafricano dell’epoca aveva annunciato una serie di misure di liberalizzazione, tra cui la legalizzazione dell’Africa National Congress, che era stato bandito come illegale per decenni, e lo smantellamento parziale del sistema di segregazione razziale. Si sapeva che Mandela sarebbe stato liberato, ma si pensava che fosse una decisione destinata ad un futuro a medio termine, per lo meno di qualche mese. Invece pochi giorni dopo annunciarono che la liberazione sarebbe stata imminente: questo fece sì che l’evento, molto seguito dai media, non ebbe quella colossale copertura mediatica che probabilmente avrebbe avuto se annunciato con anticipo. Anche all’indomani della liberazione, alla prima conferenza stampa di Mandela, eravamo circa quaranta giornalisti, non cinquecento. Io lo ricordo come un avvenimento molto emozionante e toccante: Mandela uscì a piedi dai cancelli della prigione, tenendo per mano l’allora sua moglie Winnie. C’era anche un altro fatto: il viso di Mandela non era stato più fotografato da prima dell’ultima condanna, cosicché nessuno sapeva come fosse diventato dopo un trentennio di prigionia e questo fu oggetto di una grande speculazione internazionale. Rivedere il suo volto fu un altro motivo di grande emozione!
Tutto questo però è anche un brutto ricordo, frustrante per me, perché tutto questo accadeva di domenica e all’epoca Repubblica usciva ancora sei giorni a settimana, quindi tutto questo momento, che, tra tutte le cose di cui mi sono occupato, è stato quello di maggiore rilevanza storica destinato a restare nei libri, io non l’ho potuto raccontare.
Una verità di bluecristal svelata il 07/05/2009 alle ore
15:39
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