
¤ Solidarietà ad Enrico Mentana ¤
Storico giornalista di Mediaset e grande professionista, Enrico Mentana ha rassegnato le sue dimissioni dopo che i vertici dell'azienda non gli hanno concesso la prima serata di lunedì per discutere del caso Eluana Englaro, di grande interesse collettivo proprio perchè lunedì stesso la ragazza è deceduta nella clinica in cui era ricoverata. Mediaset ha accettato senza colpo ferire le dimissioni di Mentana e così ecco venir meno uno dei pochi, anzi, forse l'unico programma giornalistico di qualità delle tre reti private. Berlusconi ha commentato: "Mentana se ne va? Meglio così! Non voglio primedonne che non capiscono le esigenze complessive". Credo che Mentana, proprio per l'indipendenza del suo lavoro, fosse scomodo da parecchio al noto proprietario di Mediaset e che l'azienda non aspettava altro che queste dimissioni provvidenziali. Le esigenze complessive di cui parla Berlusconi quali sarebbero? Quelle di distrarre la gente da problemi collettivi impappinandole il cervello con i falsi problemi del Grande Fratello (che poteva essere benissimo spostato alla serata di martedì, facendo uno scambio equo e ragionevole con Matrix nel palinsesto)? Oppure quelle di eliminare le voci critiche e di dissenso all'interno della propria azienda? Credo che tutti i giornalisti delle reti Mediaset dovrebbero protestare contro questo atteggiamento: la redazione del TG5 ha proclamato uno sciopero per il 17 febbraio a favore della sopravvivenza di Matrix. Solidarietà ad Enrico Mentana, uno dei nostri migliori giornalisti! 
Una verità di bluecristal svelata il 11/02/2009 alle ore
21:34
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¤ commenti ¤ [opinioni, giornalismo, censura] ¤
¤ Giù le mani dalla 194! ¤
Sono per la libertà di esercitare un diritto. Giù le mani dalla legge 194 che legalizza l'aborto!!! Se la moratoria contro l'aborto dovesse giungere a destinazione, l'Italia dovrebbe smettere di chiamarsi Stato laico e democratico e ammettere davanti all'Europa e al Mondo intero di essere uno Stato Confessionale che agisce sotto i dettami della Chiesa Cattolica. Lasciate la libertà di scelta alle donne.
Sono per la possibilità di decidere quando e perché diventare madre.
Sono contro le ingerenze censorie della Chiesa e di coloro che vogliono privare le donne di un loro Diritto.
Sono per un'Italia laica che ricordi sempre di essere tale.
Una verità di bluecristal svelata il 04/02/2008 alle ore
14:12
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¤ commenti (4) ¤ [politica, opinioni, chiesa, religione, tempi moderni, censura] ¤
¤ Condannato a morte per blasfemia ¤
Un giovane legge su Internet un articolo critico sul Corano e viene condannato all’impiccagione da un tribunale islamico. In Afghanistan un giovane giornalista e studente, il ventitreenne Parwiz Kambakhsh, è stato condannato alla sentenza capitale per impiccagione, accusato di reato di blasfemia per aver stampato da Internet e discusso con alcuni compagni dell’Università di Balkh un articolo riguardante alcuni versi del Corano ritenuti ambigui circa la questione dei diritti delle donne. Le argomentazioni e la volontà di Parwiz Kambakhsh di aprire un dibattito in merito hanno creato vasta L’articolo in questione è stato scritto da un tale Arash Bikhoda, giornalista iraniano residente a Londra e collaboratore per un giornale web (vedi) che raccoglie articoli di ex-musulmani convertiti all’ateismo militante e all’anti-islamismo. Arash ha dichiarato di non sentirsi responsabile per la vicenda di Parwiz, poiché, sul sito in cui era presente l’articolo, vi era una chiara avvertenza a proposito dei pericoli legati alla diffusione di determinati contenuti nei paesi islamici. Lo scorso 22 gennaio ha avuto luogo il processo: “Mi hanno portato in un’aula a porte chiuse verso le quattro del pomeriggio. – racconta Parwiz Kambakhsh - C’erano solo tre giudici e un procuratore, ma non mi hanno consentito di dire nulla. Mi hanno mostrato una lettera che avrei dovuto sottoscrivere ma non ho accettato. Su un altro foglio mi hanno fatto avere la sentenza di morte per blasfemia”. Molti sospettano che in realtà la condanna di Parwiz sia una vendetta nei confronti di suo fratello Sayed Yaqub Ibrahimi, anch’egli giornalista, colpevole di aver attaccato con i suoi articoli sul quotidiano locale IWPR alcuni potenti signori della guerra e parlamentari, rendendone pubblici gli abusi. Se questo sospetto si dimostrasse fondato, renderebbe ancora più terribile e assurda una vicenda dai contorni surreali e agghiaccianti, in un Afghanistan senza più il regime dei talebani, ma che ancora risente fortemente e profondamente la loro influenza.
irritazione in alcuni studenti che hanno deciso di denunciare il loro compagno alle autorità. L’arresto è stato immediato e Parwiz da ottobre è chiuso in carcere a Mazar, senza una difesa legale.
Collaboratore per il giornale progressista Jahan-e-Now (Nuovo Mondo), Parwiz Kambakhsh si è visto anche contestare dalla Corte giudicante il possesso di libri di filosofia e religione scritti da occidentali, una prova “schiacciante” della sua malafede. La sentenza, emessa sotto grandi pressioni delle gerarchie islamiche e approvata da molti capi religiosi, è in netto contrasto con i principi della Costituzione afgana, che nell’articolo 130 sanziona le offese alla religione, ma difende chiaramente, nell’articolo 34, il diritto di espressione definito inviolabile, sia che si tratti di scritto, parola, illustrazione.
Un processo-farsa non attuato sotto il regime dei talebani, bensì sotto il governo di Hamid Karzai. Secondo l’Associazione indipendente afgana dei cronisti (Aija), la magistratura avrebbe esortato vivamente le testate locali a non occuparsi del caso del giovane giornalista. La notizia, però, è riuscita a fuoriuscire dai confini nazionali e ora diverse organizzazioni, tra le quali la Federazione internazionale dei giornalisti, Reporter senza frontiere, la già citata Aija, Amnesty International e la Missione Onu in Afghanistan (Unama) hanno preso le difese di Parwiz Kambakhsh e stanno facendo pressioni sul Presidente Karzai affinché annulli la sentenza. Il giornale Indipendent ha promosso l’iniziativa di una petizione (www.indipendent.co.uk/petition/) per tentare di fermare l’esecuzione della pena. Il Senato afgano ha inviato un messaggio al Presidente per esortarlo a non farsi influenzare dalle pressioni occidentali e a rispettare la legge islamica, eseguendo quanto prima la condanna per dimostrare la devozione al Sacro Corano.
Una verità di bluecristal svelata il 31/01/2008 alle ore
20:18
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¤ commenti ¤ [religione, articoli, medio oriente, giovani, tempi moderni, censura] ¤
¤ Il provvedimento contro De Magistris ¤
Dal sito del Corriere della Sera: De Magistris via da Catanzaro e procura ROMA - Trasferimento ad altra sede e ad altre funzioni. La sezione disciplinare del Csm ha disposto il trasferimento del pm Luigi de Magistris da Catanzaro e dalle funzioni di pm. Il procuratore generale della Cassazione non aveva chiesto il trasferimento, ma solo la cessazione dalle funzioni di pm. Per la serie: viva la giustizia italiana! Che amarezza!
LA REPLICA - «Il Csm ha scritto una pagina ingiusta, su un magistrato che non ha fatto altro che applicare l’articolo 3 della Costituzione ed esercitare il proprio dovere», è stata questa la prima replica, a caldo e dura, pronunciata da Luigi de Magistris appena uscito da Palazzo dei Marescialli. Il magistrato calabrese ha definito il trasferimento «un segnale molto grave. La decisione è profondamente ingiusta e totalmente inaccettabile. Io comunque vado avanti - ha aggiunto - prima o poi le cose saranno chiare a tutti».
RICORSO - Il trasferimento, stabilito dal tribunale delle toghe dopo oltre 4 ore di camera di consiglio, non è immediatamente esecutivo. Ma è una pena accessoria alla condanna principale, che è quella della censura. Ciò vuol dire che il trasferimento diventerà operativo soltanto quando il provvedimento sarà diventato definitivo; quando cioè, dopo un più che probabile ricorso, preannunciato da de Magistris, si saranno pronunziate le sezioni unite della Cassazione.
LE RICHIESTE - Nel pomeriggio, come detto, la procura generale della Cassazione ha chiesto per il pm di Catanzaro il trasferimento dalle sue funzioni, che doveva essere immediato, «secondo la richiesta dell'accusa, «perché la situazione a Catanzaro è tutt'altro che rasserenata». In sostanza, la procura generale riteneva che sia da accogliere, almeno sotto il profilo dell' urgenza, la richiesta di trasferimento d' ufficio che era stata avanzata da Clemente Mastella, in qualità di ministro della Giustizia. L'accusa aveva anche chiesto per de Magistris la sanzione della perdita di anzianità di otto mesi.
«NON RISPONDO AL PG» - Prima della formulazione della richiesta del procuratore, il pm di Catanzaro aveva deciso che non si sarebbe sottoposto all'esame da parte della procura generale della Cassazione nel processo disciplinare che lo vede accusato di aver violato doveri e regole di procedura nella conduzione delle inchieste Toghe-lucane, Why Not e Poseidone. Lo aveva annunciato lui stesso, spiegando di compiere questa scelta per «non violare il segreto investigativo».
SEGRETO INVESTIGATIVO - Davanti alla Procura di Salerno ho reso trenta verbali per centinaia e centinaia di pagine - ha detto de Magistris rivolgendosi ai giudizi della Sezione disciplinare del Csm - sottoponendomi all'esame di oggi dovrei violare il segreto investigativo». Una decisione difficile, ha sottolineato l'ormai ex pm. «Ma dalla lettura degli atti che ho fatto sino a stanotte - aveva detto - mi sono convinto che ci sono già tutti gli elementi per decidere, ed è quello che spero di cuore, in modo assolutamente favorevole nei miei confronti. I fatti storici sono stati adeguatamente ricostruiti anche dall'audizione dei magistrati di Salerno davanti alla I Commissione del Csm, magistrati che stanno indagando su di me e sui miei esposti». Il rappresentante della procura generale della Cassazione, Vito D'Ambrosio, aveva detto di non essere «né stupito né rammaricato» dalla scelta di de Magistris: «Ha usato un suo diritto». D'Ambrosio ha comunque fatto mettere agli atti della Sezione disciplinare l'elenco di domande che aveva preparato per il magistrato.
Una verità di bluecristal svelata il 18/01/2008 alle ore
19:48
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¤ commenti ¤ [giustizia, articoli, tempi moderni, censura] ¤
¤ Violante convoca i direttori: l'informazione crea insicurezza! ¤
Ennesima ingerenza della politica sul mondo dell'informazione
Ci risiamo: eccoci davanti ad un ennesimo esempio di come la politica vorrebbe manipolare il mondo giornalistico e la libertà di stampa. Luciano Violante, Presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, ha convocato in una riunione privata ventitre direttori di telegiornale delle principali reti televisive italiane, tra cui Clemente Mimun (Tg5), Antonio Di Bella (Tg3), Mauro Mazza (Tg2), Corradino Mineo (Rainews 24), Emilio Carelli (SkyTg 24), Giorgio Mulé (Studio Aperto), il rappresentante di Tg1 e il direttore di Tg La7.
Motivo della convocazione: l’informazione accresce il senso di insicurezza dei cittadini, soprattutto quando le notizie amplificano la portata dei fatti di cronaca. La riunione, avvenuta giovedì 10 gennaio e durata tre ore, ha destato sconcerto e indignazione non solo nei direttori che non hanno assolutamente gradito questa ingerenza, ma anche in alcuni esponenti dell’opposizione: Maurizio Gasparri (Alleanza Nazionale) e Jole Santelli (Forza Italia) hanno parlato infatti di «messaggi subliminali» lanciati dalla maggioranza, «quasi si dovesse minimizzare l'ondata criminale, locale e di importazione, che si abbatte come un flagello sul nostro Paese».
Giorgio Mulé, presente alla riunione come direttore di Studio Aperto, dalle pagine de Il Giornale online ci informa meglio su quanto accaduto a questa famigerata riunione. Ad aprire i discorsi è stato Giovanni Bechelloni dell’Università di Firenze, il quale ha affermato che pensare che “la Tv italiana sia lo specchio della realtà è una follia”, che “vi è una sottovalutazione sistematica nel cogliere il senso del mondo in cui si vive”, che “si sottovaluta la piccola criminalità”, ma soprattutto che “c’è un uso sconsiderato della parola mafia senza che si usi mai il più consono criminalità o delinquenza. Perché usare la parola mafia è profondamente scorretto verso albanesi, cinesi, russi”.
Giorgio Mulé, a quest’ultima affermazione, ha giustamente ribattuto che i criminali albanesi, cinesi, russi che si organizzano per bande sono ritenuti dal nostro codice penale come colpevoli di reato di associazione mafiosa, ma la precisazione non è servita a far migliorare la piega del discorso di Bechelloni. L’incontro si è concluso con l’intervento di Violante, il quale, comprendendo l’aria pesante creatasi nella sala riunioni, ha affermato: “Se non vi avessimo ascoltati, avremmo concluso che l’informazione è uno dei fattori che generano insicurezza: ora stiamo capendo che non è così”.
Le reazioni non si sono fatte attendere e l’indignazione dei direttori chiamati a raccolta è molto alta: Clemente Mimun ha fatto notare che l’idea della convocazione, al fine di dimostrare che le notizie danno un senso di insicurezza, farà scendere l’Italia nella classifica della libertà di stampa, dove già non ricopre un’alta posizione. Emilio Carelli ha sottolineato che è compito dei giornalisti dare notizie e mostrarne le immagini, mentre è compito delle istituzioni diffondere il senso di sicurezza. Secco il giudizio di Antonio Di Bella: “L'ultima cosa che vorrei è che fra un anno venissimo convocati di nuovo per sentirci dire: bravi, il crimine è aumentato ma la percezione della gente è diminuita”.
Il fatto è evidentemente molto grave: è chiaro che siamo nuovamente davanti all’ennesimo tentativo di controllo della stampa e del giornalismo da parte della politica. L’ondata di criminalità in Italia desta giustamente preoccupazione nei cittadini, e i politici, anziché combattere il problema alla radice, ricercano i colpevoli in coloro che informano e non minimizzano gli eventi. Certamente gli allarmismi senza giustificazione sono da rifuggire, ma come poter criticare l’informazione, reputandola una delle cause principali dell’insicurezza diffusa tra i cittadini italiani? E’ ovvio che l’ideale per la tranquillità di chi ci governa sarebbe che il cittadino sapesse meno sugli eventi negativi che affliggono il Paese, così da avvertire in misura minore il senso di inquietudine e di conseguenza non ripercuotere le proprie rimostranze sul mondo politico: ma questo significherebbe limitare la libertà di stampa e nascondere alla popolazione notizie che riguardano il pubblico interesse. Questo tentativo di marcare la linea da seguire dei notiziari è una grave ingerenza nel mondo dell’informazione, che a molti, se non a tutti, appare come un vero e proprio indizio di censura.
Una verità di bluecristal svelata il 12/01/2008 alle ore
12:51
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¤ commenti (2) ¤ [politica, articoli, giovani, giornalismo, tempi moderni, censura] ¤
¤ Più libri, più liberi ¤
La sesta edizione della Fiera della piccola e media editoria, svoltasi presso il Palazzo dei Congressi di Roma (EUR), è giunta oggi al suo termine. Quattro giorni di cultura, tra stand ed espositori di circa 380 case editrici, convegni, dibattiti e presentazione di libri. Oggi sono andata e ho partecipato alla "Anche le più recenti e clamorose inchieste che hanno puntato l'indice contro la "casta" e i "costi" della politica glissano su uno dei più grossi scandali politico-amministrativi degli ultimi decenni: il finanziamento statale dei giornali. Eppure un portentoso flusso di danaro pubblico, calcolato sui 700 milioni di euro in un anno, finisce per mille rivoli, sotto forma di contributi diretti o indiretti - attraverso una stratificazione di norme clientelari, codicilli, trucchi e vere e proprie triffe - nelle casse di grandi gruppi editoriali, organi di partito, cooperative, giornali e giornaletti, agenzie, radio e Tv locali, ma anche di finti giornali di finti "movimenti" e di cooperative fasulle. Rimpolpando gli utili degli azionisti di grandi testate in attivo. Alimentando sottogoverno e clientele. E consentendo illecite rendite e privilegi mediatici a un esercito di "amici degli amici". Un dossier/pamphlet su un intricato caso di rapina delle risorse pubbliche e di distorsione del mercato e della vita democratica indispensabile per capire lo stato di mortificazione dell'informazione in Italia e la sua riduzione a "specchio del diavolo" della casta del Potere." Da notare: nessuna testata nazionale ha recensito questo libro. Chissà perché?!?
presentazione di un libro di Beppe Lopez, La casta dei giornali, ed. Stampa Alternativa/Nuovi equilibri (10 €), inerente alla seria questione dell'ingerenza della politica nella vita giornalistica del Paese. Si tratta veramente di un grande problema: sappiamo che purtroppo molti ambiti della vita sociale sono soggetti a quella sorta di "nepotismo" che lega i beneficiari ai benefattori, ma questo atteggiamento è molto grave se applicato - come avviene - al giornalismo. Nel nostro Paese succede qualcosa che non dovrebbe accadere: la politica, attraverso un grande finanziamento pubblico ai giornali, controlla i giornalisti e questo impedisce che avvenga il contrario, ovvero che i giornalisti facciano i "cani da guardia" del potere. La censura è molto forte, anche se sembriamo non avvertirla, e questo comporta la non libertà dei giornalisti di fare davvero il loro mestiere. Al dibattito hanno partecipato, oltre all'autore, anche Sandro Curzi, Rossend Domenech (giornalista dello spagnolo "El Periodico"), Udo Gumpel (giornalista del tedesco "N-Tv"), Philip Willan (giornalista dell'inglese "The Guardian"). Ho acquistato il libro e, appena lo avrò letto, vi saprò dire di più. Nel frattempo, ecco la quarta di copertina, per chi fosse interessato:
Una verità di bluecristal svelata il 09/12/2007 alle ore
20:38
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¤ commenti (6) ¤ [libri, eventi, giornalismo, censura] ¤
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"In Veritas" nasce come luogo di riflessione, critica, informazione e scambio: un posto dove poter esprimere il mio punto di vista e poter scrivere a proposito di alcune questioni sociali, politiche, ambientali, culturali.
Invito chiunque passi su queste pagine virtuali a esprimere la propria opinione in merito agli argomenti trattati, così da poter aprire un confronto critico e costruttivo per tutti!
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Nell'aria: Lynyrd Skynyrd - Sweet home Alabama
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