¤ Cefalonia: l'Italia cerca ancora giustizia ¤


Aperta un’istruttoria italiana contro sette ufficiali tedeschi responsabili dell’eccidio di Cefalonia durante la Seconda Guerra Mondiale

8 settembre 1943: Pietro Badoglio annuncia all’Italia l’armistizio con gli angloamericani, mentre un contingente alleato sbarca a Salerno.
Il Paese, a questa notizia, si ritrova in un caos indescrivibile, con le truppe tedesche sul territorio pronte a vendicarsi di questo tradimento, con i soldati italiani lasciati allo sbando senza direttive su come agire, con re e governo che abbandonano Roma per Brindisi, protetti dagli alleati appena sbarcati.

L’Italia diventa terra di battaglia, i tedeschi distruggono ciò che trovano sul loro cammino e occupano la parte centro-settentrionale del Paese, arrivando alla capitale, invano difesa da pochi reparti isolati, cui si unirono dei civili armati.

Le truppe italiane non opposero una vera e propria resistenza alle offensive tedesche a causa della mancanza di direttive e questo causò la deportazione in Germania di 600000 soldati italiani.
Ma l’episodio più grave, più disumano che la storia di questi giorni ha registrato è stato il massacro di Cefalonia, isola greca sulla quale erano presenti circa dodicimila soldati italiani e milleottocento soldati tedeschi.
Il 317° reggimento della Divisione Acqui dell’esercito italiano, presente sull’isola, accolse con stupore e gioia la notizia dell’armistizio, ma ben presto il generale Gandin dovette avvedersi della difficile situazione che si sarebbe creata con i tedeschi presenti sull’isola, soprattutto dopo il radiogramma, pervenuto nella notte tra l’8 e il 9 settembre, dal comandante generale delle truppe in territorio greco Carlo Vecchiarelli, nel quale si affermava che da quel momento i tedeschi sarebbero stati considerati nemici, poiché era venuta meno l’alleanza italo-tedesca.
Un secondo radiogramma, sempre dello stesso Vecchiarelli, invitava gli italiani a cedere le armi ai tedeschi e a lasciare il territorio. Questa sollecitazione del comandante generale aprì una situazione d’ambiguità per Gandin e le sue truppe, poiché non era ritenuto possibile cedere le armi al nemico senza opporre resistenza, in una situazione per giunta di netto vantaggio numerico sulle truppe tedesche.

Arrivò l’ultimatum tedesco che impose agli italiani l’umiliante consegna delle armi nella piazza centrale di Argostoli, davanti all’intera popolazione: ultimatum che la Divisione Acqui non accettò.
Il 14 settembre Gandin dichiarò guerra alle truppe tedesche, con il consenso di Roma, e i tedeschi fecero subito pervenire nuovi battaglioni appartenenti a due divisioni: la Prima GebirgsDivision (divisione da montagna) Edelweiss e la 104° Divisione Jaeger (Cacciatori), aiutate dalla presenza dell'aviazione tedesca.
Il massacro ebbe inizio: tra il 21 e il 22 settembre le difese italiane furono annientate.
Il generale Gandin decise di arrendersi, ma questo non fu sufficiente per la fine del conflitto sull’isola: fonti sostengono che più di cinquemila soldati prigionieri furono trucidati dai tedeschi del 98° reggimento.
Alcuni soldati appartenenti al plotone d’esecuzione cercarono di ribellarsi a quello scempio, ma gli ufficiali li minacciarono di morte se non avessero portato a compimento la strage degli italiani, avvalorando la volontà del FÏ‹rher: “A causa del loro comportamento subdolo e da traditori, a Cefalonia non devono essere fatti prigionieri”.

Furono fucilati anche coloro che si arresero subito, senza opporre resistenza: le mitragliatrici erano attive in ogni parte dell’isola.
Helmut Muller, appartenente alla tredicesima compagnia del 98° reggimento alpino, ricorda che gli italiani si erano arresi sin dal primo giorno di combattimenti e i prigionieri della compagnia erano circa cinquecento: “Pernottarono con noi e il giorno successivo proseguirono la marcia con la nostra compagnia. Se ne aggiunsero altri, fino ad arrivare a mille la sera del secondo giorno di combattimenti, quando ci accampammo nei pressi del cimitero di Drapanos.
Ai comandanti di plotone fu ordinato di far fucilare i prigionieri. Due mitraglieri per ciascuno dei tre plotoni dovevano presentarsi volontari con una mitragliatrice leggera per ciascuno. Poiché però nessuno si offriva volontario, i mitraglieri furono scelti dai comandanti di plotone.
I prigionieri furono divisi in gruppi e fucilati con tre mitragliatrici. Dopo che furono fucilati circa duecento prigionieri, l'esecuzione fu sospesa.
L'intera compagnia che aveva assistito all'esecuzione si era ribellata e non si trovava più nessuno disposto a portare i prigionieri sul luogo dell'esecuzione".

L’orrore investiva anche i semplici soldati tedeschi, il più delle volte costretti e minacciati a uccidere gli ex-alleati disarmati.
A sessantaquattro anni di distanza dall’eccidio di Cefalonia, l’Italia chiede ancora giustizia per quei morti.
E questa giustizia deve esprimersi nei confronti di sette tedeschi che parteciparono attivamente alla strage: si tratta di Max Kurz, tenente, comandante della quattordicesima compagnia del 98° reggimento alpino; Ottmar Muhlhauser, sottotenente, aiutante di campo della quindicesima compagnia comando 98° reggimento alpino; il capitano Alfred Schroppel, comandante della prima compagnia 54° battaglione alpino; Helmut Vogtle, tenente, comandante della quinta compagnia comando 54° battaglione alpino; Karl Weisbacher, sottotenente, comandante di plotone nella prima compagnia 54° battaglione alpino; Anton Wimmer, sottotenente del 98° reggimento alpino; Fritz Thoma, tenente, comandante della settima batteria 79° reggimento artiglieria da montagna.

Contro di loro si è conclusa a Dortmund un’istruttoria che li ha assolti nel marzo 2007: ora il caso passa nelle mani della giustizia italiana e probabilmente si aprirà un nuovo processo, in quanto Antonio Intelisano, procuratore militare di Roma, ritiene che per i fatti di Cefalonia non possa essere chiamata in causa la prescrizione e i sette ufficiali sono indagati per omicidio plurimo aggravato.
Dei morti di Cefalonia non si conosce il numero esatto e a questo proposito ci sono molti pareri discordanti: chi dice che ce ne sono stati 4000, chi 5000, chi arriva a 9000, mentre, sul sito dedicato alla strage, Massimo Filippini, figlio di un caduto di Cefalonia, afferma che i morti sono stati meno di 2000, stando ad una ricerca interna alle documentazioni militari.
Purtroppo è difficile ricostruire l’esatto numero poiché i cadaveri furono bruciati e buttati in mare dai carnefici per non lasciare tracce.
L’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha ricordato, il 1° marzo 2001, i caduti italiani in una visita a Cefalonia, affermando come la loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un'Italia libera dal fascismo, mentre l’attuale Presidente Giorgio Napolitano ha festeggiato, il 25 aprile 2007, l’anniversario della Liberazione proprio a Cefalonia, in onore della coraggiosa e sfortunata Divisione Acqui.



Una verità di bluecristal svelata il 16/11/2007 alle ore 13:07
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¤ Salutando Enzo Biagi ¤


Il mio saluto arriva con qualche giorno di ritardo, ne sono consapevole. E' stato un grande uomo e un grande giornalista, che ha segnato la storia della cultura giornalistica italiana del Novecento. Ci ha insegnato i valori della verità e della libertà da portare avanti senza mai abbassare la testa, accettando anche le conseguenze da parte di un sistema politico che non apprezza di sentirsi messo in discussione.

Addio Enzo Biagi!

[9 agosto 1920 - 6 novembre 2007]



Una verità di bluecristal svelata il 09/11/2007 alle ore 14:35
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¤ Il seme della follia ¤


Due morti e sette feriti nell’inspiegabile sparatoria avvenuta sabato sera a Guidonia

Quanti volti ha la follia? Quante identità, quanti nomi, quanti occhi può avere?
La follia si nasconde anche dietro la persona più rassicurante, più insospettabile, persino dietro chi, in tutta la sua vita, ha svolto un mestiere di alto prestigio e livello, al servizio della comunità: come Angelo Spagnoli, tenente colonnello in pensione dell’Esercito Italiano ed ex-tiratore scelto.
La sera del 3 novembre la sua lucida follia si è concretizzata a Guidonia, alle porte di Roma, dove l’uomo vive: ha appiccato il fuoco alla sua abitazione in Via Fratelli Gualandi, disseminandola di mine e trappole esplosive con grossi petardi, e dal balcone ha poi iniziato a sparare ai passanti.
La prima vittima è stato il proprietario di un negozio di tatuaggi, Pino Di Sanfelice, quarantaseienne, il quale, avvistando l’incendio, si era precipitato verso la casa assieme alla moglie e alla figlia per avvertire gli inquilini della casa, senza sapere che era stato lo stesso inquilino ad appiccare le fiamme.

Spagnoli, munito di pistola semiautomatica e carabina con mirino telescopico, ha sparato e ucciso Pino Di Sanfelice, ha ferito la moglie Stefania Piazza e ha puntato il fucile anche contro la figlia diciannovenne, Margherita, per fortuna rimasta illesa; le due donne sono state poi messe in salvo da un poliziotto accorso sul luogo.
Spagnoli ha sparato senza scrupolo a chiunque avesse la sfortuna di passare per quella strada, ferendo sette persone e riducendo in coma irreversibile Luigi Zippo, una guardia giurata: i parenti hanno acconsentito alla donazione degli organi.
Il cecchino ha tentato di uccidere un totale di diciassette persone, incluse due sorelline di quattro e cinque anni che si trovavano in automobile con i genitori: ha sparato cinque colpi contro il veicolo, ma per fortuna nessuno dei passeggeri è stato colpito.
Cinquanta sono stati i proiettili tirati dall’uomo: grazie all’intervento di due marescialli dei carabinieri e di un ispettore di polizia, i quali hanno trattato con l’uomo per più di un’ora nel tentativo di calmarlo ed evitare altri ferimenti, Spagnoli si è arreso alle forze dell’ordine senza opporre più resistenza.

In pieno stato confusionale, l’uomo non ha dato spiegazioni del suo folle gesto: si è limitato a complimentarsi con i poliziotti per il loro lavoro e ha chiesto se, adesso che era stato catturato, gli avrebbero tagliato la testa.
Sembra emerso dagli interrogatori, cui successivamente è stato sottoposto, che l’uomo fosse convinto di essere perseguitato dai nemici.
Il questore di Roma, Marcello Fulvi, afferma che Spagnoli non abbia sparato a caso, ma abbia sempre cercato di mirare alla testa: d’altronde si tratta di un professionista, un ex-tiratore scelto dell’esercito, il quale, però, non aveva mai dato segni di squilibrio, né appariva ubriaco o drogato al momento della sparatoria. Angelo Spagnoli è stato internato in una camera di sicurezza del carcere di Rebibbia di Roma, con l’accusa di omicidio, tentato omicidio plurimo, lesioni personali gravi, detenzione illegale di armi e munizioni.  
I poliziotti, per entrare nella sua casa, hanno dovuto far ricorso ad una squadra di artificieri per la mole di mine e petardi disseminati nell’abitazione.

E’ un fatto che desta sconcerto, incredulità, paura.
La follia si annida ovunque, scaturisce da un pensiero nato storto e coltivato in una mente che non ostacola il suo corso, finendo per coinvolgere innocenti che per loro sfortuna si trovano nel posto sbagliato nel momento sbagliato, senza capire realmente cosa stia accadendo.
Folle può essere chiunque: il vicino di casa, un genitore, quel bravo vecchietto che ogni mattina compra i cornetti al bar dell’angolo, o la figlia perfetta, che non ha mai dato problemi o preoccupazioni di alcuna sorta.
Un giorno qualcosa nelle loro menti segue un corso insolito e nessun segnale può fare insospettire di ciò che sta di lì a poco per accadere.
E questo fa paura. Ci rende ognuno esposto alla follia del nostro prossimo, una follia imprevedibile che può costare la vita.



Una verità di bluecristal svelata il 07/11/2007 alle ore 13:34
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