
¤ G8 non interessante: in agenda, clima e polemiche ¤
di Francesca Ranazzi e Vanessa Cappella What is The G8 not so interesting?
It’s easy to say: No leadership; Disorganisation; Glamour on the first ladies’ shoes and accessories; Polemics of citizens from L’Aquila and surrounding villages; or probably Promises not maintained!
Che dire?
Si è vero però..
Di argomenti importanti ce ne sono stati: il globo, l’ecologia, l’economia e la povertà erano lì sul tavolo dell’agenda globale pronti per essere discussi e maneggiati a turno dai capi chiamati a raccolta in L’Aquila. Si è parlato di condizioni climatiche mondiali e degli accordi su come agire insieme con attività politiche e azioni coordinate, efficaci per la riduzione delle emissioni dei singoli paesi.
Partnership e accordi sanciti da fondazioni e gruppi internazionali di lavoro su carbone e gas hanno fatto sorridere soddisfatti i capi di stato mondiali che tra friendly strette di mano hanno promesso e pianificato senza però mettere nero su bianco trattati e intese formali come Copenhagen e Kyoto insegnano. “Il passo è importante se pur modesto” come lo stesso Kevin Rudd, rappresentante dell’Australia, ha dichiarato a Fairfax Radio Network: "The G8 leaders have agreed that we need to have as our scientific aim doing everything we can to avoid a temperature increase in excess of 2 degrees Celsius". (“I capi del G8 sono daccordo che tutti noi abbiamo bisogno di avere come comune obiettivo scientifico l’impegno a fare tutto ciò che è in nostro potere per limitare l’aumento della temperatura di due 2 gradi Celsius”). La domanda è “HOW?”. Not said!
Il quadro generale strategico e necessario alla salute climatica mondiale barcolla lentamente cercando di avvicinarsi alle date future tra riduzioni ed impegno nazionale dei singoli paesi che verbalmente, tra un brunch e un incontro serale, prendono coscienza della situazione reciproca condividendo statistiche e percentuali di consumo ed emissione. Il conoscere e prendere coscienza delle rispettive condizioni è solo un primissimo passo verso un vero quadro d’azione; è li poi che si ferma la macchina, ingolfata tra pranzi e cene ufficiali, si rimane a piedi nel panorama arido mondiale. La sensazione è di un volere a metà, di una potenzialità espressa ma che non trova soddisfazione nell’attuazione pratica.
L’argomento del cambiamento climatico è solo un esempio di come la risonanza mediatica del G8 sia stata fiacca e poco appealing per il panorama internazionale. L’incontro avvenuto nel nostro paese è stato tra i più importanti e necessari a livello globale, e ciò che ne è emerso con forza è stata ‘una piacevole conversazione’ tra gli ospiti accorsi alla tavola del gigionesco padrone di casa. Un’occasione così ha bisogno di forza: di dare forza a chi sta a guardare nel mondo e vive su questo pianeta, e di prendere forza da impegni reali e formalizzati, in cui l’onore e il rispetto di una firma ha priorità su ogni altra cosa. Le strette di mano hanno uno share limitato su tutta l’audience del mondo, che in realtà prende le distanze stando a guardare pigramente ciò che dovrebbe accadere.
Il messaggio del G8, la location scelta, i temi di discussione sono stati sorpassati da notizie di tutto altro rilievo; l’incontro mondiale, la tavola rotonda internazionale dove si lavora per salvare il mondo dal bollire e dallo sciogliersi, ha avuto una serie di informazioni di contorno e decorative molto più eccitanti e succulente. E’ lì che l’attenzione mondiale si è diretta; ormai intossicati da Isole famose e GF, il G8 o G14 ha fatto attenzione agli appuntamenti mondani, al glamour degli accessori e agli ospiti a sorpresa che non potevano non attendere un palcoscenico cosi appetibile. Via cosi a scatti per fettuccine al bacio, a passeggiate estive tra le rovine con una guida di eccezione e mogli famose che si contendono il primato di first.
Il tutto assume le sembianze di un avvenimento folkloristico dove ha fatto più notizia lo shopping di Michelle Obama per le vie romane piuttosto che gli accordi presi in seno al Vertice. La piega incline al gossip e alla veemente polemica si respirava già da prima che il Summit prendesse effettivamente l’avvio: le aspre invettive del The Guardian e del New York Times contro l’Italia, ma soprattutto contro il suo Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, hanno da subito creato un terreno fertile per la polemica non incentrata sull’entità del G8, ma su uno dei suoi paesi membri, forse il più facile da accusare e da additare addirittura come candidato all’espulsione dal Consiglio dei Grandi della Terra. Dietro l’evidenza di alcuni fatti, riemergono storici e fastidiosi pregiudizi nei confronti degli italiani e le reazioni non si sono fatte attendere: non solo, come è ovvio, dalle alte cariche dello Stato Italiano e dalla diplomazia americana, che ha tenuto a prendere le distanze dal quotidiano newyorkese per evitare un incidente diplomatico non auspicabile, ma anche dai cittadini comuni. In commento all’articolo del The Guardian on line troviamo, infatti, numerosi interventi di critica da parte di diversi cittadini europei alle accuse rivolte all’Italia. 
C’è chi dice che «nessuno dei membri del G8 ha qualcosa da proporre, ma lo nascondiamo dietro un attacco all’Italia» e chi afferma che «una cosa è criticare l’uomo, un’altra è sparare sulla reputazione di un intero Paese usando pettegolezzi e false informazioni»; non manca chi critica i giornalisti inglesi di «attaccare tutti i paesi non anglofoni, utilizzando fonti di seconda mano» e chi si chiede «perché l’Italia dovrebbe essere sostituita proprio dalla Spagna?». Il piatto migliore per le polemiche della stampa estera è offerta, come è ovvio, dalla personalità e dai recenti sexy scandali di Silvio Berlusconi: il caso Noemi, le dichiarazioni della moglie e il divorzio, il caso delle escort sono succulenti argomenti da cui attingere per attaccare il padron di casa, nonché la mancata attuazione delle promesse di aiuti economici rivolti all’Africa. Nella stampa italiana, tutte queste polemiche sono state sostituite da altre questioni circa le passeggiate delle first ladies e il loro abbigliamento, le composte proteste dei profughi aquilani (resterà nella storia il loro “Yes, we camp”?) e il sopraffino cibo servito ai Grandi della Terra.
Ma una domanda più che legittima preme: tra una colazione e l’altra, a quali soluzioni sono giunti i Fantastici 8? Venerdì si sono conclusi i lavori del summit e sono stati presentati i sei impegni: solidarietà alla popolazione terremotata d’Abruzzo e alle vittime dei disastri naturali; perseguimento di una crescita sostenibile e di azioni immediate per affrontare crisi economica, povertà, cambiamento climatico; promozione di un’economia mondiale aperta, sostenibile e giusta con una leadership responsabile; rafforzamento degli standard di integrità e di trasparenza delle attività economiche; lotta contro il cambiamento climatico e impegno a raggiungere un accordo a Copenhagen che coinvolga anche gli altri Paesi industrializzati e le economie emergenti; rinnovamento dell’impegno nei confronti dei poveri e dell’Africa, con lo stanziamento di 20 miliardi contro la fame.
Accordi importanti, che fanno presagire svolte positive future di interesse globale, anche con l’ingresso al Vertice di altri sei Stati. Ma torna la questione iniziale: tutte queste promesse saranno mantenute? Il punto interrogativo è grande ed è forse questo che spiega l’attenzione della stampa per argomenti del tutto secondari, quasi come se, davanti ad ennesime promesse di cui si dubita la concreta messa in pratica, i media abbiano finora preferito concentrarsi sul lato faceto dell’evento e l’opinione pubblica abbia assecondato questa necessità. Delle discussioni tra i Grandi, delle strette di mano storiche, delle firme ci interessa, sì, ma con le dovute riserve; un sentimento comune di rassegnazione ci opprime: d’altronde, finché non ci saranno piani tangibili e reali per risolvere i problemi globali, sarà difficile confidare nei buoni propositi.
Una verità di bluecristal svelata il 16/07/2009 alle ore
11:52
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¤ Cambia l'Europa con Creatività ! ¤
Non tutti lo sanno, eppure il 2009 è un anno importante per la cultura dei Paesi membri dell’Unione Europea: è stato infatti proclamato Anno Europeo della Creatività e dell’Innovazione (European Year of Creation and Innovation 2009). Di cosa si tratta? 
L’Anno Europeo della Creatività e dell’Innovazione nasce in seno al programma di lavoro ‘Istruzione e Formazione 2010’ con lo slogan ‘Immaginare, creare, innovare’: lo scopo è sensibilizzare i singoli cittadini a non perdere mai il contatto con la propria creatività, la stessa che da bambini riempie le giornate e che, crescendo, molti di noi smarriscono.
“A parole sembra facile, ma nei fatti non lo è!” potrebbe obiettare qualcuno. Eppure un antidoto esiste ed è alla portata di tutti: si chiama Conoscenza ed è la scintilla dell’estro creativo. «La creatività – si legge in un documento del Consiglio dell’Unione Europea (C 141/17) - è la prima fonte di innovazione, a sua volta riconosciuta come il principale motore della crescita e della creazione di ricchezza, in quanto elemento chiave per apportare miglioramenti in campo sociale e strumento essenziale per far fronte alle sfide mondiali quali i cambiamenti climatici, l'assistenza sanitaria e lo sviluppo sostenibile».
L’Europa ha una grande voglia di freschezza e novità che solo una popolazione propositiva e attiva intellettualmente può dargli: per far fronte ai grandi cambiamenti socio-economici che tutti noi stiamo vivendo, investire sulla formazione dell’individuo appare un obiettivo essenziale e indispensabile. La sfida è puntare sull’istruzione: insegnanti e scuole di ogni livello devono sviluppare nuovi metodi d’insegnamento, stimolare l’entusiasmo nei confronti delle discipline creative e incoraggiare le attività extracurriculari innovative presso i propri studenti. Bambini e giovani che non perdono la propria creatività risulteranno, nell’età adulta, più motivati e dotati di un notevole spirito d’iniziativa.
Una verità di bluecristal svelata il 16/07/2009 alle ore
11:37
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¤ Quando scompare un Grande... ¤
Quando scompare un Grande, il mondo sembra restare attonito, senza parole. È una sensazione che richiama l’immagine di una grande apnea collettiva che risucchia tutti in un vuoto di parole. Ognuno sembra rivivere, in quel vuoto, ricordi che appartengono ad un’altra epoca, non importa se davvero remota oppure se prossima al presente. Ognuno sembra rinchiudersi in quella bolla immersa in un’altra dimensione spazio-temporale, in cui rivivono emozioni passate e a volte risuona una canzone particolare, che ci ha coinvolti, che ci ha fatto ballare o piangere o sentire in un modo così incredibile da imprimersi per sempre nella nostra memoria. E nel bel mezzo di questi ricordi, a cui sono legati altri ricordi, ecco che…pam! La bolla scoppia. E, quasi spaventandoci, ci rivela la realtà: la persona che ha accompagnato un tratto della nostra vita, senza nemmeno conoscerci, non c’è più. 
Una verità di bluecristal svelata il 29/06/2009 alle ore
15:09
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¤ In Viso Veritas: il volto e i suoi segreti ¤
Sembra una frase rubata da una fiaba, pronunciata a qualche folletto curioso da una maga nascosta in mezzo al bosco, indaffarata tra pozioni magiche e pendoli ipnotici. Ma non è così! In realtà è il nostro volto che parla di noi, senza nemmeno chiederci il permesso, e, da impertinente, può dire veramente tanto, più di quanto noi stessi addirittura immaginiamo! In che modo? La saggezza popolare attribuisce ad alcune caratteristiche somatiche altrettante caratteristiche caratteriali: e così, se abbiamo le labbra carnose evocheremo l’idea di una persona passionale, se il nostro viso ha una forma tonda e piena le altre persone penseranno che siamo gioviali e simpatici, mentre se abbiamo il naso aquilino qualcuno sarà convinto di avere dinanzi una persona precisa e riservata. Ma quanto effettivamente c’è di vero in queste impressioni? A risponderci è la morfopsicologia, una disciplina nata nel 1937 dall’incontro della psicologia con la biologia, grazie all’opera del dott. Louis Corman (1901-1995), il quale è stato per quarant’anni direttore del servizio di Psichiatria presso l’ospedale Saint Jacques di Nantes (Francia). La morfopsicologia si pone l’obiettivo di interpretare l’anima (psiche) di una persona partendo dalle forme (morfo) del suo viso, le quali devono essere analizzate nel loro insieme e non solo nel particolare. La tesi di fondo riguarda la concezione del volto come punto d’incontro tra il nostro patrimonio genetico e l’ambiente in cui viviamo: le esperienze positive o negative ci segnano psicologicamente e contribuiscono alla modifica della “geografia” facciale. Come scienza dinamica, la morfopsicologia prende in considerazione anche le varie fasi della vita di un essere umano e l’evoluzione dei suoi lineamenti in seguito alla maturazione psicologica. Chi si occupa di questa disciplina tiene a sottolineare che un tratto del viso, se analizzato da solo, non significa nulla, poiché è importante metterlo in relazione con l’insieme dei tratti somatici.
“Guardami e ti dirò chi sono!”
Una verità di bluecristal svelata il 13/06/2009 alle ore
14:50
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¤ Il mestiere dell'inviato speciale ¤
Oltre i confini nazionali, a migliaia di chilometri di distanza dalla madrepatria, centinaia di giornalisti sono tutti i giorni all’opera per raccontare al mondo, ma soprattutto ai propri connazionali, eventi altrimenti scarsamente conoscibili. Alla loro penna e alla loro voce è affidato il compito non solo di divulgare le notizie di guerre, di eventi epocali, di disastri naturali o artificiali, ma anche di documentare realtà e altre umanità.
È un mestiere che comporta indubbiamente dei rischi, ma che pone l’inviato nella situazione privilegiata di poter vivere la Storia in prima persona. Tuttavia, con l’avvento di internet e con la crisi economica crescente, anche la figura del giornalista di frontiera sta subendo dei cambiamenti notevoli. Ne abbiamo parlato con Pietro Veronese, inviato speciale di Repubblica e docente di giornalismo d’inchiesta presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, nonché autore del libro “Africa. Reportages” (Laterza, 1999), un’interessante raccolta di articoli che documenta varie realtà vissute dal giornalista nel continente africano.
Diventare inviato speciale è sempre stato il suo obiettivo fin dagli inizi della sua carriera o è stata una decisione maturata nel tempo?
Non è stata una mia intenzione, così come non lo era diventare giornalista: è stato tutto abbastanza casuale! Però, da quando ho iniziato questo mestiere, mi sono sempre occupato principalmente di notizie internazionali e ho sempre ritenuto che non si può diventare un giornalista compiuto in quell’ambito se non scegliendo di partire come inviato. Quindi ho ritenuto indispensabile riuscire a fare quel tipo di lavoro, almeno per una fase della mia vita professionale: non si può fare il giornalista di esteri se non si conosce un po’ il mondo!
Lei è un esperto delle realtà africane ed è stato in prima linea durante i conflitti della ex-Jugoslavia, del Kosovo, del Medio Oriente: vedere con i propri occhi determinate realtà e poterle raccontare a chi non le vive è sicuramente un privilegio, ma anche un grande rischio. Qual è l’esperienza che ricorda con più piacere e quale quella più brutta della sua carriera di inviato speciale?
C’è un momento del mio lavoro che ricordo come molto bello e molto brutto insieme, ma che non ha a che fare con il rischio: si tratta della liberazione di Nelson Mandela nel 1991. La notizia che Mandela sarebbe stato liberato arrivò con pochissimo preavviso: era un momento in cui il governo sudafricano dell’epoca aveva annunciato una serie di misure di liberalizzazione, tra cui la legalizzazione dell’Africa National Congress, che era stato bandito come illegale per decenni, e lo smantellamento parziale del sistema di segregazione razziale. Si sapeva che Mandela sarebbe stato liberato, ma si pensava che fosse una decisione destinata ad un futuro a medio termine, per lo meno di qualche mese. Invece pochi giorni dopo annunciarono che la liberazione sarebbe stata imminente: questo fece sì che l’evento, molto seguito dai media, non ebbe quella colossale copertura mediatica che probabilmente avrebbe avuto se annunciato con anticipo. Anche all’indomani della liberazione, alla prima conferenza stampa di Mandela, eravamo circa quaranta giornalisti, non cinquecento. Io lo ricordo come un avvenimento molto emozionante e toccante: Mandela uscì a piedi dai cancelli della prigione, tenendo per mano l’allora sua moglie Winnie. C’era anche un altro fatto: il viso di Mandela non era stato più fotografato da prima dell’ultima condanna, cosicché nessuno sapeva come fosse diventato dopo un trentennio di prigionia e questo fu oggetto di una grande speculazione internazionale. Rivedere il suo volto fu un altro motivo di grande emozione!
Tutto questo però è anche un brutto ricordo, frustrante per me, perché tutto questo accadeva di domenica e all’epoca Repubblica usciva ancora sei giorni a settimana, quindi tutto questo momento, che, tra tutte le cose di cui mi sono occupato, è stato quello di maggiore rilevanza storica destinato a restare nei libri, io non l’ho potuto raccontare.
Una verità di bluecristal svelata il 07/05/2009 alle ore
15:39
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¤ commenti ¤ [interviste, articoli, giornalismo, cultumedia] ¤
¤ Darwin 1809-2009 ¤
In occasione del bicentenario dalla nascita di Charles Darwin, la società Codice. Idee per la cultura di Torino e l’Azienda Speciale Palaexpo di Roma hanno realizzato in Italia la più importante mostra di tutti i tempi dedicata al celebre scienziato inglese che, con le sue rivoluzionarie teorie, ha cambiato la concezione del mondo. Ispirata all’esposizione organizzata dall’American Museum of Natural History di New York, la mostra Darwin 1809-2009 guida il visitatore alla scoperta della vita di Darwin, delle sue esperienze, delle sue illuminazioni, ponendo l’accento sul contrasto tra scienza pre-darwiniana e scienza post-darwiniana. Continua su Cultumedia
Nell’Inghilterra del XVIII sec. si credeva che le specie animali non fossero imparentate, che la Terra avesse solamente 6000 anni di vita e che gli esseri umani non facessero parte della natura, ma fossero al di sopra di tutto. Tuttavia, già timide teorie evoluzioniste iniziavano in quell’epoca ad affacciarsi e, curiosità, fu proprio il nonno di Charles, Erasmus Darwin, ad offrire un importante antecedente: questi sosteneva, nel saggio del 1794 intitolato “Zoonomia”, che le varie forme di vita nel pianeta si fossero sviluppate a partire da un singolo minuscolo filamento che subì un’evoluzione nel corso dei secoli. Tuttavia la sua teoria non era abbastanza approfondita, né dimostrabile empiricamente. Le varie idee scientifiche e filosofiche di Erasmus Darwin avrebbero comunque ispirato il capolavoro letterario Frankenstein di Mary Shelley.
Una verità di bluecristal svelata il 24/04/2009 alle ore
23:52
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¤ commenti (1) ¤ [recensioni, articoli] ¤
¤ Lutto nazionale ¤
Ogni parola è superflua di fronte a quella sfilza di bare che sembra non finire, di fronte a quelle magliette, quei peluche, quei piccoli giochi su quelle piccole bare bianche. Ogni parola si spezza nel magone che ingombra la gola e sale agli occhi, nel tentativo di sciogliersi in lacrima. Ogni parola può essere pronunciata domani. Oggi no. Oggi è il giorno del rispettoso silenzio. 
Una verità di bluecristal svelata il 10/04/2009 alle ore
16:32
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"In Veritas" nasce come luogo di riflessione, critica, informazione e scambio: un posto dove poter esprimere il mio punto di vista e poter scrivere a proposito di alcune questioni sociali, politiche, ambientali, culturali.
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Il mio nome è Vanessa, ho 24 anni, sono laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo (curriculum Letterature europee moderne) e studio Editoria e Scrittura presso la Facoltà di Lettere & Filosofia dell'Università "La Sapienza" di Roma. Mi piace tenermi informata ed osservare con spirito critico ciò che accade nel mondo: il Giornalismo è il mio obiettivo e il mio sogno nel cassetto. Ho collaborato in passato come articolista per il portale Giovani e per il sito Girlpower e attualmente sono addetta all'ufficio stampa e al web marketing per il mensile Cultumedia.
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